Nuove recensioni > Libri sul cinema > Scegliere la TV
 
 
 
 
 
 
 

Scegliere la TV

di Armando Fumaglli e Chiara Toffoletto

ed. ARES - Milano

PREFAZIONE

Questo non è un libro di critica televisiva come la si intende normalmente. Vuole essere qualcosa di meno e qualcosa di più: uno strumento semplice nelle mani dei telespettatori – e in particolare di quelli che sentono una responsabilità educativa verso se stessi o verso persone a loro affidate –, per aiutare a discernere se c’è qualcosa che vale la pena vedere, quali sono i modelli di vita proposti, quali sono i valori di cui i programmi televisivi coscientemente o incoscientemente si fanno portatori. Quando ci hanno proposto di fare un libro che raccogliesse una riflessione critica sui programmi della televisione la prima risposta è stata «no». La seconda risposta è stata «no». La terza risposta è stata «no», ma era già un «no» meno convinto… Ed eccoci qui. Se questo non depone a favore della nostra capacità di dire no, mostra però come nel «no» sin da subito c’era una consapevolezza e un rimpianto: la sfida di provare a ingabbiare in un libro un «mostro» che funziona 365 giorni all’anno ed è visto mediamente per circa tre ore e mezza al giorno da ogni italiano, si presentava del tutto ardua, ma proprio per questo affascinante. E in fondo sarebbe stato un peccato lasciarla andare senza tentare… Armati dell’esperienza dei volumi di Scegliere un film che dal 2004 elaboriamo per lo stesso editore (in quel caso la co-curatrice è una delle principali collaboratrici di questo volume, Luisa Cotta Ramosino) e dell’incoscienza giovanile che ci è rimasta, abbiamo verificato se si poteva formare una squadra sufficientemente ampia e sufficientemente omogenea per dare un taglio culturalmente unitario al volume. Ed eccoci qua con circa 130 schede e più di 8.000 ore di televisione monitorate e «inscatolate» in questo volume. I programmi che abbiamo scelto sono quelli considerati a diverso titolo più rappresentativi fra ciò che mandano in onda le sei reti principali Rai e Mediaset, con l’aggiunta di qualche programma di punta di LaSette e di Mtv. Sono fuori quindi dalla nostra indagine i programmi delle reti satellitari e del digitale terrestre. Il campione, come sempre, è relativamente incompleto. Si potevano scegliere più cartoni animati, per esempio, più programmi di intrattenimento ecc. ma – intanto – chiediamo al lettore di «godere» di quello che c’è. Pensiamo per esempio che uno dei non pochi pregi delle schede di questo volume sia quello di offrire una sintesi contenutistica su molte serie televisive americane, che sono fra i prodotti più visti dai ragazzi e dai giovani: sia per i ragazzi stessi, se vogliono un confronto e una lettura critica dei contenuti che vengono loro offerti, sia per i loro educatori (insegnanti, genitori ecc.) ci sembra uno strumento non da poco.
 
La buona televisione esiste
Qual è la sintesi di queste migliaia di ore di osservazione della Tv? Crediamo di poter dire che alcune conferme le abbiamo avute, ma abbiamo avuto anche alcune sorprese. Il nostro intento non era e non è quello di demonizzare la televisione e infatti la televisione non è affatto tutta da buttare. È innegabile che ci siano programmi orribili, di una bruttezza e una volgarità imbarazzanti, ma la Tv non è tutta così. Alla fine del libro sono raccolti una trentina di titoli di programmi che ci sono sembrati molto interessanti – in alcuni casi estremamente istruttivi – oppure solo interessanti e in qualche misura utili, oppure in qualche caso anche solo un piacevole passatempo per trascorrere dignitosamente qualche ora di relax. Nell’elenco finale del «meglio» che abbiamo stilato ci sembrava importante non limitarci a segnalare i programmi cosiddetti «culturali»: divulgazione storica, divulgazione scientifica, giornalismo di approfondimento, programmi che parlano di libri… Invece con soddisfazione possiamo dire che ci sono programmi interessanti e utili in molti generi televisivi. Ancora una volta questo dimostra che i condizionamenti del mezzo ci sono e non sono pochi, ma la vera differenza la fa il gusto, la sensibilità, la cultura di chi elabora il programma. Buona domenica e Ballando con le stelle sono due varietà di intrattenimento (il secondo è formalmente addirittura un reality show) ma chi ha visto anche solo un quarto d’ora dei due programmi ha notato subito l’abissale differenza di livello e di stile. Sarebbe stato troppo facile parlare di buona televisione a proposito di programmi come Passepartout o Per un pugno di libri: ci fa piacere invece poter parlare di buona televisione a proposito di un quiz come l’Eredità di quest’anno o di una fiction come L’inchiesta, o di una sit-com quale La vita secondo Jim. Una cosa interessante, che conferma la «praticabilità» della buona televisione, è che spesso questi buoni programmi sono fra quelli di maggior successo della rete che li ospita. Il rispetto dello spettatore, a medio o lungo termine, paga molto più spesso di quanto non si pensi.
 
Pensiero unico
Una considerazione che ci sembra rilevante, in questi mesi in cui è in corso una grande battaglia – culturale prima che politica – sul modello di famiglia verso cui vuole orientarsi la società italiana, è che mentre su molti temi etico-sociali importanti (diffusione delle armi, lotta alla disoccupazione e alla povertà, strategie per lo sviluppo economico del Paese, tutela della privacy e delle libertà individuali, inquinamento ecc.) sono rappresentate in Tv le varie posizioni, su alcuni temi etici sensibili (rapporti sessuali pre- o extra-matrimoniali, valutazione morale delle relazioni omosessuali, eutanasia, fecondazione artificiale) c’è una sorta di unanimismo assolutizzante, che va dalle dichiarazioni ai giornali delle soubrette di turno fino al telefilm americano più sofisticato, passando attraverso praticamente tutti i salotti televisivi, che sono la multiforme espressione del pensiero unico dominante. L’unico che ha il coraggio di ospitare posizioni diverse (a parte qualche volta il Vespa di Porta a porta, che però tende ad avere derive gossipare e trash sempre più frequenti) è Giuliano Ferrara: non a caso abbiamo segnalato Otto e mezzo fra i talk show televisivi che meritano di essere seguiti. Dopo l’esperienza del referendum del 2005, di nuovo in occasione del Family Day del maggio 2007 si è avuta una riprova come gran parte del mondo televisivo sia lontano dalla maggioranza silenziosa e non rappresentata del Paese reale. Di nuovo irrisi tanto nel programma di Santoro, come in quello di Chiambretti, oggetto di tentativi di «disinnesco» dalle posizioni pilatesche del Tg1, i sostenitori della famiglia hanno dovuto scendere in piazza per far vedere che ci sono e sono tanti e non sono un relitto del passato. Molti volti celebri della Tv e dei salotti buoni – in testa Alessandro Cecchi Paone, seguito da tanti altri nomi noti del circo mediatico nostrano – hanno invece dato una immediata adesione alla contromanifestazione dell’ «orgoglio laico» di Piazza Navona, che però, come si è visto dai numeri, ha ben altro radicamento popolare. Quando si parla di pluralità e di pluralismo del nostro sistema mediale si deve tener conto di questa grave difficoltà e di questi fortissimi squilibri, per i quali alcune posizioni tendono a non venire riconosciute come tali nei grandi media. La media élite ancora una volta tende a polarizzarsi su alcuni valori piuttosto che su altri.
 
Il relativismo pratico
La situazione è resa ancora più seria dal fatto che la ipertrofia del dibattito a tutti i costi, in cui posizioni più ragionevoli ma più difficili da argomentare vengono travolte dalla dittatura della soggettività e delle «libere opzioni» personali, fa sì che il risultato finale sia per lo spettatore l’estrema difficoltà di mantenere un punto di vista argomentato sulle posizioni etiche, e che alla fine a vincere sia una sorta di relativismo pratico, in cui in fondo va bene tutto e il contrario di tutto. Ad aumentare la confusione contribuisce non poco la logica dell’«infotainment» (information + entertainment), ormai dilagante in molti programmi televisivi, che si traduce nella tendenza a presentare e porre fattivamente ogni cosa sullo stesso piano. Le trasmissioni somigliano sempre più a contenitori amorfi, dove può rientrare di tutto: problemi etici, gossip, dibattici politici, balletti e telepromozioni. Qualsiasi cosa può diventare argomento di discussione, poco importa se chi è chiamato a intervenire non ha alcuna competenza in merito. Se questo problema è evidente in varietà tendenti al trash come Buona domenica, il rischio si annida anche in programmi apparentemente più «innocui» (come Piazza Grande) o che si dichiarano «di attualità» o «di approfondimento». Nella confusione in cui tutti esprimono le proprie aspirazioni il primato diventa solo del punto di vista personale e della realizzabilità di ogni desiderio. In questo senso, prima ancora che essere frutto di prese di posizione precise, la deriva verso i Dico o il riconoscimento di altre forme di unione affettiva più o meno regolata, si innesta su questa tendenza a dare piena legittimità a ogni aspirazione («che male c’è se si vogliono bene?»), nell’incapacità di pensare a che cosa significa questo come modello organizzativo della società, come rapporto fra diritti e doveri, come strutturazione di legami solidi che possano dare elementi di stabilità e generare vera socialità, riconoscimento reciproco, legami forti nel tessuto sociale. Il legame fra dittatura del desiderio individuale da una parte e individualismo radicale e disgregazione sociale dall’altra non è meno forte per il fatto che non c’è chi riesca a farlo emergere nella superficialità imperante nel dibattito televisivo.
 
Tempeste d’amore
Se dal piano dei talk show e dei dibattiti passiamo alla fiction, dobbiamo anzitutto notare l’estrema forza e diffusione con cui viene proposto un modello iper-romantico, in cui l’amore è una forza dirompente e trascinante rispetto alla quale qualsiasi considerazione che tenga conto della realtà e stabilità dei legami, della possibilità di costruire e difendere un futuro stabile all’interno della famiglia, sembra assolutamente impossibile. L’amore è una tempesta che tutto trascina, che porta da una parte all’altra in modo capriccioso, e di fronte alla quale non si può opporre nulla. Sono modelli che si trovano all’ennesima potenza nei generi più vicini a Beautiful e in generale alle soap – Incantesimo e Capri su tutti –, ma che pervadono di sé anche altri generi e altre storie. Di nuovo un modello che mentre glorifica il sentimento e la passione (che però diventa semplice momento di emozione) nasconde il potenziale disgregante e distruttivo che ha, perché non è capace di tutelare la durata dei legami, le generatività e l’educazione dei figli, la solidarietà fra i sessi e fra le generazioni.
 
La crisi di Canale 5 e di RaiDue
L’anno televisivo appena trascorso è un anno di trasformazioni e un anno di segnali forti, mentre invece stati pochi i programmi davvero belli. Probabilmente verrà ricordato come l’anno che per la prima volta ha segnato alcune significative vittorie nell’«attacco» delle reti satellitari alla televisione generalista, che ha generalmente calato i suoi ascolti. Ormai sono ben pochi i programmi che superano il 30% di share e tutti (Rai e Mediaset) devono accontentarsi di ascolti un pochino più bassi. Ma nella generale crisi di ascolti è evidentissima la debacle di Canale 5, che non ci sembra solo numerica, ma di immagine e di coerenza di rete. Mentre alcuni programmi «storici» (Scherzi a parte, per esempio) si vanno usurando sempre più, è molto difficile continuare a proporsi come rete familiare per eccellenza quando da anni viene mandato in onda l’apoteosi del nulla con il Grande fratello. I risultati di ascolto delle prime edizioni di questo discusso reality hanno dovuto però pagare lo scotto con un indebolimento dell’immagine di rete, che quest’anno è riuscita con molta difficoltà a superare il 20% di share in prima serata, e molti suoi programmi si sono dovuti fermare al di sotto di questa cifra. Sembra che sia necessario uno «scatto di reni» nella fantasia ideativa e soprattutto una ricostruzione del patto fiduciario con lo spettatore, che viene sballottato fra proposte troppo diverse sulla stessa rete. È lo stesso problema che ha da anni Rai Due, mentre invece un problema di cui non soffrono né Rai Uno, né Italia 1, né Rai Tre, che infatti godono tutte di buona salute. Viceversa, almeno per quanto riguarda i generi televisivi «di punta» (varietà e miniserie da prima serata), quest’anno non ci sono stati programmi davvero convincenti sotto tutti gli aspetti: le migliori fiction dell’anno, per esempio, avevano tutte buoni contenuti, ma nessuna era all’altezza qualitativa delle grandi fiction recenti, come la miniserie su Borsellino di Mediaset o quelle su Perlasca o Giovanni Paolo II della Rai delle stagioni scorse. Idem per i varietà: assenti Fiorello e Celentano, non c’è stato nessun programma che sia andato al di là di un buon risultato e/o di un livello buono ma non eccellente.
 
Gli Autori
Gli Autori delle schede del volume, che qui ringraziamo di cuore, sono quasi tutti ex-allievi del Master in Scrittura e produzione per la fiction e il cinema (che prima di diventare tale era nato come corso di «Tecniche di scrittura per la fiction») dell’Università Cattolica di Milano, Master che uno dei curatori dirige, mentre l’altra vi collabora come docente e tutor. Sono giovani professionisti che hanno a che fare con la televisione normalmente dall’altra parte della barricata, cioè dalla parte ideativa e autoriale. Questa esperienza ci è sembrata un elemento importante di arricchimento del punto di vista da cui valutare un programma, perché aiutava spontaneamente a valorizzare gli aspetti contenutistici, ma anche a non guardare la televisione in un’ottica demonizzante, né a pensare che i condizionamenti siano tali che fare una buona televisione sia impossibile. L’esperienza diretta di chi lavora all’ideazione di programmi dice infatti che fare una buona televisione sarà difficile e faticoso, forse molto difficile e molto faticoso, ma è possibile.Superfluo dire che abbiamo prestato l’attenzione dovuta a possibili incroci di vicinanze o di interesse professionale che rendessero meno imparziale o serena la valutazione di un programma. Per esempio chi lavora per la Rai ha scritto schede di programmi Mediaset, e così via per tutti gli altri casi in cui potevano esserci tangenze o vicinanze di vario tipo.
 
Gli usi di questo libro
Il libro a prima vista sembrerebbe più che altro un commento a programmi del passato, ma non è così. Anche se i programmi monitorati sono andati in onda nella stagione 2006-2007, l’utilità del libro è alta (almeno speriamo!) anche in vista della stagione 2007-2008 e successive. Intanto perché molti programmi continuano di anno in anno. Le serie televisive e le fiction possono cambiare qualcosa nel plot, ma di solito la struttura dei personaggi e dei valori rimane sostanzialmente costante di stagione in stagione. Inoltre, di non pochi programmi televisivi, si possono trovare le puntate in internet, e per alcuni dei programmi che abbiamo monitorato, recuperare qualche puntata dal sito può essere senza dubbio interessante.

 

 

 

ACQUISTA IL LIBRO

 

Edizioni ARES Milano

 

 

 
 
 
 
 
Cinema in famiglia