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Brokeback Mountain

Una riflessione sugli amori etero- ed omosessuali nella loro rappresentazione cinematografica

 
Natalia Aspesi, nel recensire su  Repubblica  il film di Ang Lee,  esclama: “finalmente una grande storia d’amore…”.  Un giornale americano di St. Louis (StlToday) è arrivato ad affermare: “It’s simply one of the greatest love stories in film history”.  La grande maggioranza dei critici concorda nel ritenere che il fatto che la storia d’amore si sviluppi fra due uomini costituisce un fattore non rilevante anzi, “se la vicenda si svolgesse tra un uomo e una donna  risulterebbe melensa, sdolcinata” (Lietta Tornabuoni su La Stampa).
La tesi dell’ equivalenza fra amori etero ed omosessuali era stata  più volte dichiarata negli scritti di vari autori, ma era mancata l’occasione per  propagarla attraverso il cinema, uno degli strumenti più potenti per la costruzione di una cultura popolare. Ora  questa opportunità è arrivata  e nel modo più eclatante: l’attenta regia di Ang Lee, la dolente sceneggiatura di McMurtry e Diana Ossana e l’ottima interpretazione di Heath Ledger hanno già fatto guadagnare al film il Leone d’Oro di Venezia e la prossima  conquista di un bouquet di  Oscar è quasi assicurata.In realtà il film non sviluppa una tesi di equivalenza, ma qualcosa di più: occorre infatti sottolineare che i due protagonisti non sono omosessuali, intendendo con questa espressione delle persone che  percepiscono indifferenza se non avversione per l’altro sesso e attrazione per il proprio; non si tratta di un film alla Almodovar, tanto per intenderci. I due protagonisti possono venir definiti come persone normali (certo, con alcune debolezze caratteriali, ma chi non ne ha) che a causa di una situazione del tutto eccezionale (lunghi mesi passati da soli fra le montagne) hanno avviato un rapporto omosessuale. Quando sono ritornati a valle e la loro vita si è avviata su binari “tradizionali” (entrambi si sono sposati e hanno avuto figli)  ma hanno continuato a percepire quel loro rapporto sessuato come più forte, più intenso, quindi superiore agli altri affetti che si erano nel frattempo costruiti. Il messaggio che viene trasmesso è quindi molto più tagliente e conturbante: “Tu spettatore, che ti credi al sicuro perché ti consideri diverso da “quegli altri” sappi che in qualunque momento, dentro te stesso, può nascere quello stesso tipo di attrazione e ti accorgerai di non esser poi tanto diverso”.Il fatto che la tesi sostenuta  sia stata percepita non come un gesto di rottura ma bensì come qualcosa che, se non generalmente accettato, almeno di ipotesi possibile, ciò è dovuto, a mio avviso,  a due lunghi cammini paralleli che si sono svolti negli ultimi decenni: un cammino discendente dell’amore uomo-donna che ha cessato di essere quello che deve essere e un cammino ascendente delle relazioni omosessuali che hanno travalicato il loro ambito. Mi  limito naturalmente ad analizzare il fenomeno da un punto di vista mediatico,  in particolare come  esso è stato presentato attraverso cinema e di come tale messaggio è stato  accolto.
 
La discesa dell’amore uomo-donna.
 
In Italia c’era un tempo in cui un ragazzo e una ragazza, ad un certo momento del loro sviluppo, si sentivano maturi per lasciare la propria famiglia e formarsene una propria trovando il compagno, la compagna della propria vita. Commedie semplici e divertenti come Poveri ma belli (1957) raccontavano di giovani che dopo aver sognato di vivere in mondi che non erano  i loro,  ritornavano alla non esaltante ma pur sempre alla “loro” realtà e si sposavano con ragazze del quartiere. Non occorreva avere una forte fede religiosa, ma era come presente nei cromosomi dell’intera società il principio che la vocazione all’amore e a esprimere la propria sessualità trovasse il suo luogo d’elezione nel matrimonio e di conseguenza  nel desiderare di avere figli da tale unione. Amore-sessualità- generazione di nuove vite erano, nella percezione comune, fra loro unificate in un’unica realtà: il matrimonio. Come tutti sappiamo la società  si è poi trasformata, la giusta emancipazione femminile ha avuto una strana, non necessaria connessione con due leggi e poi con due referendum: quello sul divorzio e quello sull’aborto. Non sono stati certamente quei  due momenti referendari  le cause esclusive del cambiamento della percezione di certi valori, ma siccome ci stiamo occupando di messaggi mediatici, sono sicuramente stati dei forti marcatori di tale evoluzione. Mentre nel primo referendum tante buone persone andarono a votare per consentire a quelle poche (allora) unioni fallite di potersi sciogliere e l’impatto generale, non su pochi, ma su tutti, fu quello di un sempre maggior disimpegno dall’obbligo di fedeltà (oggi siamo arrivati al 40% dei divorzi fra le coppie giovani) e mentre nel referendum sull’aborto tante brave persone andarono a votare perché finisse la piaga  degli aborti clandestini (statisticamente poco rilevanti), l’impatto mediatico, non per pochi ma per tutti fu ben altro: la legalizzazione dell’aborto, punta estrema di una mentalità contraccettiva,  ufficializzava definitivamente il principio che la sessualità  ha un suo valore di per se stessa, svincolato dalla sua funzione procreativa e da qualsiasi riferimento familiare. Il fenomeno più vistoso, conseguente a tale approccio è stata la diffusione della pratica della convivenza (possibile solo grazie a una visione non generativa dell’unione uomo-donna) e più in generale l’impiego della sessualità come forma espressiva di  rapporti non legati a solenni promesse ma più genericamente ad  “affettuose amicizie”.
E’ a questo punto della storia che si è reso necessario enfatizzare un tipo di amore più consono alla  situazione che si era venuta a creare. Un amore cioè rinchiuso all’interno dei due amanti, che solo da loro due trae alimento ed energia (ma allo stesso tempo la può perdere), decontestualizzato,  come sospeso nel vuoto, fuori da qualsiasi impegno per costruire qualcosa o dall’esplicita volontà di generare un figlio. Amore vero, dirà qualcuno, perché non condizionato da alcunché ma anche così fragile, perché privo di ogni necessità di agganciarsi alla realtà esterna; un amore che arriva misteriosamente e misteriosamente se ne può andare. Questo amore vive del solo presente, coincide con ciò che ci si sente dentro;  se il cuore batte forte tutto va bene; se si raffredda, è tempo di lasciarsi. Si tratta di un amore che è rimasto come bloccato in una fase adolescenziale. Non è più l’espressione di una persona matura che decide di prendere in pugno la propria vita, di trovarsi il proprio compagno/a con cui condividerla e di incamminarsi insieme lungo binari che loro stessi si sono costruiti.  Questo amore maturo non resta chiuso in se stesso ma si protende verso il futuro e verso gli altri, prima di tutto nei confronti dei figli che attende con ansia e poi verso la famiglia allargata dei parenti di cui si sente  parte integrante. Per quest’ultimo tipo di amore ritengo molto valida la definizione data dagli antichi: “volere le stesse cose e rifiutare  le stesse cose” che rende bene l’idea di un progetto condiviso.
I film di Muccino hanno rappresentato molto bene questa nuova generazione di trentenni rimasti adolescenti: ne L’Ultimo bacio (2001): c’è chi, pur in attesa di un figlio, non resiste alla tentazione di concedersi un avventura con una liceale ; chi è sposato e alle prese con un figlio appena nato, non sa fare altro che litigare con la moglie per questo “fastidio” che sta tarpando le ali alle sue migliori fantasie. Alla fine la combriccola dei trentenni decide di  partire per l’ Africa, in cerca di sempre nuove avventure.
 
di Franco Olearo
 
 

 
 
 
 
 
Cinema in famiglia