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Il dubbio

di Claudio Siniscalchi

(FamilyCinema&Tv, febbraio 2009)

Invasione di preti sullo schermo. Da tempo non se ne vedevano così tanti. Partiamo dalla caricatura del parroco romano di “Ex” di Fausto Brizzi, sposo in extremis della sua “ex” rea di essersi presentata all’altare con un altro uomo. Poi ci sono i sacerdoti scemi (anche quelli più scemi), di ogni credo, nel film-documentario di Larry Charles “Religiolus”. Roba scadente, talvolta ai limiti della decenza. Ma c’è un altro film con un prete protagonista, “Il dubbio”, dell’americano John Patrick Shanley, sul quale vale la pena riflettere, poiché ci dice con molta chiarezza come la Chiesa cattolica venga oggi rappresentata e considerata. “Il dubbio” è un film spostato lontano nel tempo. Siamo nel 1964, ma essendosi assottigliata nell’immaginario collettivo la precisa identità del passato, è come se fossimo all’inizio dell’Ottocento. La storia è ambienta in una scuola cattolica di New York, retta da una preside di ferro, sorella Aloysius Beauvier (Meryl Streep). La religiosa è la quintessenza della Chiesa pre-conciliare; una figura tragica, severa, ascetica, segnata da un rigorismo quasi di stampo protestante e irrimediabilmente ostile alla modernità e ad ogni tipo di apertura verso lo spirito nuovo che sta soffiando ovunque, e che nelle strade di New York è inaspettatamente forte. Il vento della novità si incarna nel volto di padre Brendan Flynn (Philip Seymour Hoffman), entusiasta del rinnovamento conciliare in atto. Quindi due modelli di Chiesa del 1964 vengono presentati allo spettatore. Da una parte la suora rigida, chiusa nel proprio mondo, ostile alla penna biro perché, come dice, «gli studenti quando premono scrivono come scimmie», devota all’immagine di Pio XII (per gli americani una figura negativa e un intransigente conservatore); dall’altra un prete in sintonia con i segni dei tempi nuovi, riassunti nell’entusiasmante “The Secular City” del teologo Harvey Cox, uscito nel 1965, manifesto della teologia radicale americana, divenuta moda così diffusa da finire addirittura sulle pagine di “Playboy”. Sorella Aloysius prende il te senza zucchero; padre Brendan invece mette tre zollette nella tazzina. Sulla tavola di sorella Aloysius si mangia con moderazione, nel silenzio con le consorelle, e si beve latte. Nel desco dei preti c’è carne in abbondanza, si beve vino, si fuma e si ride di gusto. In mezzo ai due contendenti c’è una terza figura, sorella James: porta lo stesso abito della preside, ma le sue idee sono molto vicine al quelle del sacerdote.

 

Quarantacinque anni ci dividono da questa storia. Il tempo necessario ad uno sbadiglio per la Storia; un’eternità per i contemporanei. Per farli diventare odierni e attuali, come avviene nel film, basta aggiungerci un “dubbio”. Quale? La pedofilia. Negli anni Sessanta era un problema lontano: esisteva ma non usciva allo scoperto. Oggi è diventata una piaga per la Chiesa cattolica americana (dove il fenomeno si è manifestato nella sua devastante forza), avendola trascinata nel disprezzo pubblico e affaticata per i risarcimenti colossali versati alle vittime. “Il dubbio” come ogni film “storico” alla regola ha un “doppio passato” con il quale fare i conti: il “passato storico” riassumibile nella resistenza alle penne biro in nome delle stilografiche (l’epoca del film); e il “presente odierno”, destinato a diventare col tempo traccia del passato e indizio di una determinata mentalità diffusa o di un’ideologia (del 2008), documento nel quale si riassume la questione della pedofilia riguardante abusi sessuali compiuti da sacerdoti cattolici americani. Ci vuole poco allo spettatore per dimenticare la lentezza dell’epoca ormai irrimediabilmente lontana da noi, e mettersi invece in sintonia con la “contemporaneità” del film. “Il dubbio” non è più allora una storia degli anni Sessanta, ma una storia di oggi. Attuale. Attualissima più di un programma televisivo di informazione. Veniamo al racconto. Sorella Aloysius sospetta che padre Brendan abbia pericolose attenzioni per Donald Miller, primo ragazzo nero accolto nella istituzione scolastica, chierichetto intenzionato da grande a prendere i voti. Alla religiosa quel prete così moderno non è mai piaciuto. Il loro mondo è troppo diverso, pur se vivono nello stesso tetto e sono membri della stessa Chiesa. Sorella Aloysius, come in ogni sua attività, è determinata. Un carro armato. Inizia così a braccare il sacerdote. Raccoglie informazioni, ragiona, scruta attentamente i comportamenti di padre Brendan, lo interroga, lo incalza, lo mette ripetutamente in difficoltà, sino alla resa finale. Il sacerdote si dimette. Andrà via. Ma non verrà trascinato in tribunale, né gli verrà chiesto conto sino in fondo del riprovevole crimine. Anzi, il vescovo lo promuove, assegnandogli una nuova parrocchia e addirittura la responsabilità di una scuola. Potrà continuare così a commettere gli stessi abusi da un’altra parte, purché lontano dalla dimora dove regna sorella Aloysius. Ma c’è un dubbio. Padre Brendan è veramente colpevole? Certo che lo è. Almeno così sembra. Alla fine però tutto si capovolge: la prova che aveva inchiodato il sacerdote, una telefonata di sorella Aloysius alla suora di una parrocchia dove padre Brendan era stato, e dove aveva avuto gli stessi problemi, non è vera. Non è mai avvenuta. Sorella Aloysius se l’è inventata. Quella bugia è servita però per mettere con le spalle al muro padre Brendan. Ricapitoliamo. Padre Brendan è un pedofilo; sorella Aloysius un’eroina determinata a salvare la moralità della Chiesa. Poi tutto si rovescia. Padre Brendan non è un pedofilo, sorella Aloysius una spregevole bugiarda. Ma perché padre Brendan ha ceduto? Se non era responsabile perché accettare l’umiliante sconfitta? Nel film ci viene mostrato insistentemente il potere del clero maschile. Anche sorella Aloysius sa bene come vanno le cose: sono i preti a comandare. Lo stesso padre Brendan ricorda alla suora l’obbedienza ai superiori (maschi) e la accusa di scorrettezza per essersi rivolta, nel prendere informazioni su di lui nella precedente parrocchia dove è stato, non al parroco, come da prassi, ma ad una suora. Nel film rimane il “dubbio”, anche se quello che vediamo e sentiamo dimostra il contrario, soprattutto se ascoltiamo attentamente le parole della madre del piccolo Donald - vera e propria chiave di svolta del film - interrogata dalla suora. La madre ci rivela che il ragazzo ha “pericolosi atteggiamenti”, ed è stato mandato alla scuola cattolica per salvarlo, innanzitutto dal padre, che potrebbe persino uccidere un figlio “diverso”. Insomma, nessuno si salva nel film. La Chiesa pre-conciliare è un disastro; quella post-conciliare non gli è da meno.

 

Stupisce la recensione di Lucetta Scaraffia al film apparsa sull’”Osservatore Romano” (6 febbraio), definito una «riflessione attenta e profonda sul tema del sospetto». Ciò dimostra quanto sia insidioso il film. Non essendo una aperta presa di posizione contro usi e perverse abitudini del mondo religioso cattolico, come “Magdalene” (2002, di Peter Mullan, ambientato anch’esso negli anni Sessanta, in Irlanda), “Il dubbio” contiene un veleno anti-cattolico ancor più difficile da rintracciare. Il veleno del dubbio, appunto. Il film moltiplicando i dubbi produce una sola certezza: il mondo rappresentato dai due protagonisti religiosi è comunque irrimediabilmente corrotto. Vediamo uno studente sanguinare dal naso, dopo essere stato “ricevuto” in privato da sorella Aloysius. A tutti pare logico che la preside lo ha picchiato: ma la versione data dalla religiosa alla sorella James è che il ragazzino (piuttosto sveglio) per tornarsene a casa si è rotto il naso volontariamente. Nessuno dei due antagonisti dice la verità, e non c’è nessuna riforma (neppure conciliare) che possa cambiare il giudizio negativo. Il film si apre con una predica di padre Brendan. Viene ricordato l’omicidio di Kennedy (avvenuto nel 1963): dopo la sua morte, dice il sacerdote, ci siamo trovati smarriti nelle strade, in preda all’insicurezza, allo smarrimento, alla disperazione, impauriti e dubbiosi. Ma proprio nel dubbio abbiamo ritrovato la vicinanza con altri scossi dalla stessa incertezza. Il dubbio intacca la fede, ma alla fine la rende umana e veicolo di incontro. Sorella Aloysius, pur se impegnata come sempre a far rispettare l’ordine sui banchi ai suoi ragazzi, ascolta, memorizza, scuote la testa: ma quali dubbi della fede; la sua religione non ammette dubbi, cedimenti, perplessità. L’infinito intrecciarsi del dubbio finisce per minare l’essenza della verità, e la verità risultante dalla visone del film è solo una: nel nostro mondo possiamo fare tranquillamente a meno di padre Brendan e delle sue attenzioni sessuali (vere o verosimili) per i ragazzi; e possiamo fare a meno anche di sorella Aloysius e delle sue dogmatiche certezze, armate da menzogne spinte sino alla persecuzione. Meglio un pedofilo o una bugiarda in nome di Dio? Meglio liberarsi di entrambi.

 

 

 
 
 
 
 
Cinema in famiglia