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Juno

di Luisa Cotta Ramosino

(Il Domenicale, 06 aprile 2008)

In Italia arriva con il bel bottino ottenuto agli Independent Spririt Awards e un meritatissimo Oscar per la Miglior sceneggiatura, giusto in tempo per lanciare la volata elettorale della lista di Ferrara che non a caso ha adottato questo piccolo grande film (tra i cinque candidati agli Oscar è quello che ha guadagnato di più – ad oggi sui 140 milioni di dollari solo negli USA a fronte di un budget di 7,5) come emblema della campagna per la moratoria sull’aborto.

E Juno, sedicenne incinta alla ricerca di genitori per il proprio bambino, giunge , in effetti, come la perfetto coronamento di quella che a Hollywood è diventata ormai una concreta tendenza pro-life e , perché no, anche pro-family, da Molto incinta  a Bella (ancora non distribuito in Italia, ma vincitore di numerosi premi a diversi festival negli Stati Uniti e nel mondo), passando per L’amore secondo Dan, pellicole frutto del lavoro di una nuova leva di sceneggiatori e registi che hanno evidentemente scavalcato la mentalità fino a pochi anni fa dominante nella gran parte dell’ élite culturale americana e non solo.

Ma Juno non è naturalmente solo un manifesto contro l’aborto, che in effetti il film liquida con un’unica efficacissima scena dove allo squallore di una clinica per interruzioni di gravidanza si oppone la semplice evidenza di un’affermazione: il tuo bambino ha già le unghie…che è come dire: ricordati che, con buona pace della Bonino, è molto più di un grumo di cellule.

Questa bella storia ben raccontata (la ricetta ingannevolemente semplice proposta dal grande teorico McKee per la sceneggiatura perfetta), infatti, dimostra pure che cosa si può fare e dire con una commedia che vada oltre l’approssimazione a cui ci hanno abituato i tempi tiranni della produzione USA (dove per non perdere la disponibilità di un attore si rischia di mandare in produzione copioni acerbi e pieni di buchi) e la sciatteria italiana (che scambia la leggerezza con l’inconsistenza).

L’eccentrica sceneggiatrice Diablo Cody, infatti, ha la pazienza di intrecciare i fili della vicenda della giovane e determinata Juno insieme a quelli di parecchi altri personaggi ben tratteggiati, primi tra tutti i di lei genitori: un padre burbero, ma saggio al punto giusto e una matrigna battagliera che ha il volto della grande Allison Janey (un tempo portavoce presidenziale in West Wing).

Finalmente lontani dagli stereotipi dei genitori ottusi e conflittuali, i due rappresentano senz’ombra di dubbio un modello positivo in una storia che sa cogliere le ambasce di tre generazioni: dagli adolescenti impazienti ai trentenni in crisi (per mancanza di prole o per timore di acquistarla), fino, per l’appunto, ai cinquantenni che non hanno rinunciato ad educare nemmeno di fronte alle stranezze di una figlia fin troppo volitiva.

Certo la traduzione italiana (con relativo doppiaggio) rischia di far perdere una parte della freschezza che il film presenta grazie anche alla regia vivace (ma mai manierata) di quel Jason Reitman che qualcuno ricorderà caustico, ma serio satireggiatore in Thank you for smoking.

 Inutile indignarsi, meglio apprezzare la possibilità di godersi in qualche modo gli scambi sboccati, ma pieni di sincerità, che passano tra Juno e la sua migliore amica, sempre al suo fianco nell’avventura della gravidanza; oppure commuoversi di fronte ai passi imbarazzati e un po’ goffi della curiosa storia d’amore al contrario tra Juno e il suo bizzarro principe azzurro (perennemente in pantaloncini da ginnastica e appassionato ti tictac…).

L’affiatamento privo di forzature della protagonista Ellen Paige e del suo partner Michael Cera (che cantano anche la canzone dei titoli di testa) rende estremamente realistica la dinamica della relazione tra i due, artefici quasi inconsapevoli del danno che dà il la alla storia.

Per una volta, tuttavia, abbiamo la bella sorpresa di sentirci raccontare che atti, conseguenze e responsabilità non possono procedere a un comodo divorzio lampo: a dimostrarne la connessione c’è una bella pancia sempre più ingombrante e con essa la consapevolezza che “il prodotto del concepimento”, oltre alle succitate unghie, ha già un suo destino, sia questo tra le braccia di una mamma adolescente, oppure, come prevede la legge americana, in quelle di una madre adottiva pur se single.

Proprio questa figura di donna (le dà volto e corpo con la giusta dose di rigidità e passione l’ex agente Bristow di Alias – oggi signora Affleck con figlia a carico - Jennifer Gardner), inizialmente percepita come la tipica per fettina un po’ ansiosa capace di diventare una madre asfissiante, conosce nel film uno sviluppo inatteso.

È così che si svela una solidarietà femminile che attraversa le generazioni (coinvolge infatti anche la matrigna di Juno, che ne difende le scelte e la solidità), ma non si traduce in un femminismo d’accatto (pure se il trentenne di turno, con le sue passioni ultimamente infantili per musica e giochi, ne esce con le ossa rotte). Piuttosto in un commosso e divertente inno alla vita e a chi ha il coraggio di accettarla e donarla, anche e soprattutto quando essa si presenta inaspettata e non per questo meno preziosa.

 

 

 
 
 
 
 
Cinema in famiglia