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Matrix

PERCHE' NON MI E' PIACIUTO MATRIX

di Giovanni De Marchi

Le svariate osservazioni – più o meno polemiche - ricevute a proposito della recensione di Matrix, se da un lato fanno piacere perché dimostrano la sensibilità del pubblico e l’interesse (o, quanto meno, il non assoluto disinteresse) per queste schede, d’altra parte rendono necessario un ulteriore rapido approfondimento.
Un’obiezione è stata quella per cui, se un film ha così successo, e già se ne annunciano i sequel, qualcosa di buono deve pur averlo: cosa di cui, forse con un certo snobismo, non sono affatto convinto, e potrei elencare dozzine di enormi successi (senza neanche scomodare le varie serie di Vacanze di Natale: miliardi ogni anno al botteghino!) la cui qualità lascia molto a desiderare, anche se il pubblico li accoglie molto bene.
Inoltre mi si rimprovera di essere stato troppo “severo” perché io mi sono annoiato: certo è vero, e quando al cinema ci si annoia non si può poi essere di manica larga con il film – questa è e resta la mia convinzione, anche se molta critica “ufficiale” la pensa diversamente, va a Venezia, fa solenni dormite e si profonde il giorno dopo in sperticati elogi per l’iraniano o l’indiano di turno (sia detto senza offesa per il cinema indiano, il più prolifico del mondo!).
D’altronde il problema sta proprio qui: al giorno d’oggi, ne sono profondamente convinto, quel che più manca al cinema sono le idee, le trame, i plot e la capacità di lavorare sodo per condurre in porto un’intuizione magari interessante, ma troppo spesso appena abbozzata e mal sviluppata. E, purtroppo, il pubblico si è assuefatto ed è diventato terribilmente di bocca buona, accontentandosi di quel che passa il convento – e spesso si tratta di una rancida minestra mal riscaldata.
Al cinema non chiedo profondi ragionamenti (ben venga se ci sono, ma non sono il primum); non chiedo patetiche testimonianze sulla presunta irrinunciabile tristezza della vita (il più grande di tutti, Alfred Hitchcock, diceva che “al cinema non si va per vedere un pezzo di vita: il pezzo di vita lo spettatore lo può trovare, gratis, sul marciapiedi fuori di casa. Al cinema si va per sognare”); non chiedo riflessioni filosofiche d’alto livello (anche se non disprezzo chi, divertendomi, sa trasmettermi anche dei contenuti).
Al cinema chiedo di divertirmi, di appassionarmi – qualunque sia il soggetto, da Indiana Jones a Momenti di gloria, da Il settimo sigillo a Un dollaro d’onore - e, per favore, di non trattarmi da deficiente: ragion per cui esigo storie che “tengano” e che non buttino troppa carne al fuoco senza sapersela sbrogliare alla fine (salvo l’intervento, sempre più diffuso, del paranormale, o di qualche psicopatico nei gialli, o dell’onirico, o di altre baggianate del genere).
Sono troppo esigente? Forse è per questo che mi annoio spesso o, come nel caso di Matrix, resto deluso? Forse. Ma resto convinto che, puntando in alto, e scegliendo quel (poco?) di bello che c’è in circolazione, ci si diverte molto di più e ci si gode maggiormente la vita. Il problema è l’educazione del gusto, che si può ottenere soltanto tramite l’abitudine a vedere bei film e a gustare i classici, nel cinema come nel resto dell’arte, sfruttando i vantaggi prodotti dal tempo, che seppellisce un sacco di spazzatura e ci consente, con prospettiva, di assaporare il meglio dei tempi (decenni nel cinema, secoli e millenni nelle altre arti) passati. Educazione più facile nei bambini, ma mai impossibile: anche la tv, seppur a orari impossibili agli umani (ma non ai videoregistratori), può aiutare molto in quest’improba ma assai rinfrancante operazione.
Potrei, infine, provocatoriamente manifestare tutte le mie perplessità sulla morale sottesa al film (un mondo in cui la realtà virtuale è bella e vivibile, mentre la vita reale è sporca, squallida e macilenta, mi sembra sgradevole e crea più confusione che altro nello spettatore), ma preferisco soffermarmi su un ultimo aspetto, forse più importante ancora: quando parlo di “divertimento al cinema” non intendo necessariamente le grandi risate (quelle che vanno da Charlot a Misterioso omicidio a Manhattan, da Mio cugino Vincenzo a Chiedimi se sono felice, per intenderci), ma quella sensazione gradevolissima di non aver buttato via il prezzo del biglietto. Sensazione soggettivissima, ovviamente, e che fa sì che raramente io mi diverta con i film di fantascienza. Ed ecco spiegato perché, aldilà dei palesi “buchi” di sceneggiatura e di alcune ambiguità di fondo, a me Matrix non è piaciuto.

 
 
 
 

 
 
 
 
 
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